Il Surregailismo di Corrado gai

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Sul confine tra visione e allucinazione, tra incubo e delirio stanno questi mondi inquietanti e minacciosi; emergono dalle voragini oscure ed insondabili del sogno, dai recessi e gli anfratti più fondi e impenetrabili del pensiero e della memoria, dalle sepolture scavate loro dalla ragione giù nei baratri della mente: fuoriescono quando la ragione stessa precipita nelle tenebre più fitte lasciando incustoditi i loro avelli…

 


Percezioni irrazionali, apparizioni sospese tra l’essere ed il nulla, tra il divenire e la rovina, che prendono forma brevemente, per un attimo, leste come sono a tornare ombre e dissolversi; a ricacciarsi negli abissi, fugacemente come sono venute, lasciandosi alle spalle un inquietante sensazione di smarrimento e d’impotenza.

Affiorano da gorghi magmatici, attraverso vortici d’energia e strali di luce:

sono ammassi informi, coacervi di materia, di carni lacerate, di nervi e membrane, di sangue e plasma; sono essenze; sono creature d’altri luoghi, d’altre dimensioni, d’altri tempi; larve e ombre, cadaveri e demoni, angeli caduti e angeli della morte, la morte stessa… nessuna speranza pare sopravvivere in queste lande malefiche di spaventosa, sconvolgente crudezza, in quest’oscurità sferzata da un fuoco che non illumina né scalda, in queste terre di ghiaccio, di tenebre fonde… addentratevi, camminate a passo lento, ascoltate l’angoscia e la disperazione, la pena di queste creature striscianti e sinistre, spettrali, lugubri, esangui; avvertite la loro ansia di farsi vive, vere, di comunicare, di tramutarsi in realtà, di passare questo sottile eppur invalicabile confine che le divide da noi, di trapassare dall’allucinazione alla ragione, di uscire dai mondi eterei, distanti, sommersi, dell’incubo: provate ad avvicinarle, a fissarle, provate a toccarle, ad ascoltarne il lamento, ed il loro dolore vi sommergerà…

Queste sono le dimensioni più recentemente esplorate dalla pittura di Corrado Gai, sempre più teso a scandagliare gli universi insondabili e arcani del proprio Io, in un’immersione sino allo smarrimento in quest’oltre, che non vuole essere evasione dal reale, bensì presa di coscienza e indagine dei suoi territori più oscuri.

Surrealismo, dunque, diremmo. Surrealismo che Andrè Breton aveva fondato e definito come “il dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni preoccupazione estetica e morale”, quindi evitando d’indicare qualsivoglia sorta di sigla formale o intento prefisso, unicamente auspicando, nella critica radicale alla razionalità cosciente, la liberazione delle potenzialità immaginative dell’inconscio – quella parte di noi che emerge durante il sogno o nella veglia permettendoci di creare e associare senza freni inibitori e scopi preordinati – scavalcando ogni mortificazione o preclusione al nostro Io, per il raggiungimento di uno stato conoscitivo profondo, addentrato nell’oltre della realtà (sur-realtà), in quella dimensione interiore che sta al di là dello strettamente visibile.

Gai, analogamente, nella pienezza d’una rara libertà espressiva, sembra volersi riprendere la forza degli istinti primitivi ed irrazionali, la sfrenata violenza dei sentimenti, la voce dello spirito, la potenza immaginativa offuscata, deformata, sepolta, negata all’uomo contemporaneo, allontanato dalla sua vera e più profonda natura e personalità da secoli di pregiudizi e costrizioni, di inibizioni e convenzioni.

Tuttavia non semplicemente surrealismo, o almeno non solo: quella cui ambisce Gai, liberando le forze del proprio inconscio nello stato di veglia e mai sperimentando gli automatismi tesi a sottrarre al dominio delle facoltà coscienti l’elaborazione dell’opera, è infatti una immersione completa, totale, sino allo smarrimento nell’oltre del reale, che supera il semplice e distaccato racconto surrealista: la Sua pittura è distante dall’algido e deformante delirio paranoico di Dalì, dagli automatismi di Masson, dalla straniante ambiguità di Magritte, ed ancor più dai gioiosi e festanti contorcimenti segnici del grandioso Mirò.

Nessuna attinenza è poi con l’enigma metafisico, perché tutto è, qui, drammaticamente esplicito, tanto riesce a colpire con immediatezza i sensi, a ripugnare ed a suadere, a inquietare ed impietosire, a turbare ed emozionare, a scuotere ed appassionare, sempre impressionando; e se una sospensione spaziale e temporale è comunque costantemente presente nella Sua opera, questa è frutto dalla sofferenza straziante delle Sue creature; di quel dolore, antico come l’umanità, che si portano appresso, perché esse hanno qualcosa d’atavico, d’ancestrale; perché questi sono gli incubi del primo uomo e saranno dell’ultimo che percorrerà la nostra terra.

Sono semmai le crude deformazioni del più violento espressionismo mitteleuropeo, la sua ferocia antisociale, e l’immersione nella materia caratteristica dell’informale francese che possono essere richiamate quali referenti per quest’Arte che non ha e non vuole referenti.

Le immagini, che ci appaiono come un flusso ininterrotto, sono infatti figlie d’uno stile unico ed inconfondibile, e se talune figure, nelle deformazioni e nella macerazione delle paste ricordano – ma assai lontanamente – Chaim Soutine e Piero Sadun, quelle di Gai sono frutto d’un percorso individuale e solitario, d’una ricerca profonda e appartata, d’una passione totalizzante, d’una serietà d’impegno ed una dedizione assolute, padrone, il loro autore, di un coraggio assai raro di non scendere a compromessi col mercato e con i collezionisti, di non guardarsi attorno.

Di quest’artista, poco più che trentenne, che non ha avuto maestri e non ha ricevuto insegnamenti; che poco ha rovistato – per non farsi fuorviare – tra le pareti del museo, fermamente, quasi eroicamente affidandosi unicamente al proprio istinto, al dono naturale e innato del creare in suo possesso, allo scopo di rappresentare nella maniera più spontanea e diretta, scevra da condizionamenti estetici e intellettuali, da ogni sorta di cerebralismo formale, la propria visione interiore del mondo e dell’Arte in un progredire continuo e coerente, appare inutile, quasi, parlare delle primissime prove; di quella per Lui opprimente prigione formale e cromatica dei primi brani affidati alla tradizione labronica del vero e della macchia, troppo naturalisticamente superficiali per un artista proteso, senza indugi, “ad entrare dentro la vita e i suoi misteri, dentro l’esistenza…”

Troppo forte, indomabile, dilaniante quasi, l’urgenza espressiva del livornese, da subito inebriato e disperatamente perduto con tutto sé stesso nei mondi della propria Arte, trascinante, coinvolgente, deflagrante per l’occhio e per l’anima, che è uno sfogo che non accetta restrizioni di sorta. Il suo agire, istintivo, impulsivo e ribelle ad ogni scuola, regola, schema, percorso codificato, troppo risoluto e determinato per cercare mediazioni.

Gai lavora in una sorta di condizione estatica, sopraffatto da una sfrenata ansia creativa tesa a liberare e dare immagine, in maniera sconcertantemente diretta, alle visioni dilaganti e assillanti la Sua mente, in una sorta di intrepida affermazione del proprio Io, del proprio sentire, dei propri universi interiori, delle proprie emozioni e visioni, della propria tensione psichica, che, più sovente, si rivelano amaramente e provocatoriamente tesi a denunciare il nostro travagliato e doloroso tempo; questa nostra società menzognera e indigente, in particolare, che umilia la persona – dunque mantenendo un legame tangibile e partecipato con la realtà –, priva com’è di riferimenti autentici e di rassicuranti certezze; piuttosto artificiosa condizionatrice attraverso vincoli e regole, imposizioni insuperabili e falsità, che si rivelano origine prima della tragica condizione dell’uomo contemporaneo, del suo dramma, della sua alienazione, dell’incomunicabilità e della solitudine.

Per questo quello di Gai, tristemente conscio dell’ineluttabilità del nostro destino, dell’impossibilità di un ritorno ad una purezza originaria, non è un lamento sordo ma un grido rabbioso e partecipato, a tratti commosso, al confine della riflessione esistenzialista; per questo la tensione, nella Sua opera, raramente è latente e più sovente esasperata. Una tensione che non s’acquieta, tuttavia, neppure quando l’artista, volgendo ad una più tangibile realtà, si dedica – ormai assai raramente – ai generi del paesaggio e della natura morta, sempre agitati da un’esasperata energia capace di avvolgere e scuotere quasi turbinosamente le cose, pulsanti, frementi, sfrenatamente cariche di forza, colme – esse – di vita. D’altronde, Gai, mai smarrisce una seppur latente referenzialità figurativa, neanche quando affidandosi quasi completamente al gesto ed alla materia pittorica, pare volgere il proprio sguardo ora alle profondità terrestri, alle origini della materia stessa e della forma, ora alle profondità siderali e raccontare dell’energie creatrici d’insondabili universi distanti nello spazio e nel tempo, di cosmi in divenire, nei quali barbagli improvvisi e lampi accecanti squarciano di luce incandescente le tenebre fonde ed oscure, impenetrabili, dell’ignoto. Provate, adesso, ad entrare nei mondi di quest’artista; liberatevi, Voi, di pregiudizi e costrizioni, di inibizioni e convenzioni, e la Sua Arte vi sorprenderà.

di Gianni Schiavon

Ensemble-Bacchelli presente all'evento